woodstock061.jpg

Nessuna generazione ha eguagliato il protagonismo di quella degli anni Sessanta, la sua voglia di prendere la parola e di giudicare il mondo. I giovani di quegli anni si sentono profeti e protagonisti di un passaggio straordinario, il mutamento non lo lessero sui libri di scuola ma furono ad annunziarlo: The times they are A- changin’, cantava Bob Dylan.
Ogni generazione è segnata in modo indelebile, ricorda Mannheim, dalle sue “prime impressioni”, che tendono a fissarsi come la sua concezione naturale del mondo, che rimane “viva e determinante”, anche quando tutto il corso posteriore della vita dovesse contraddirla. Ebbene, i primi anni Sessanta sono quelli in cui tante trasformazioni sembrano formulare una grande promessa.
Il tramonto del colonialismo e della guerra fredda aprono la prospettiva di un mondo molto diverso da quello della prima metà del secolo, aperto e pacifico, lontano dalla scarsità e dalla paura. L’orizzonte si allarga e c’è più luce: tutta la vita sembra abbandonare la fredda austerità del bianco e nero per tuffarsi nella gioiosa sensualità del colore. Proprio perché è molto cambiato, il mondo sembra poter cambiare ancora: la parola “nuovo” in quegli anni non è ancora colonizzata dalle filosofie aziendali dell’innovazione e ha una grande forza evocativa.
A questo cambiamento contribuisce lo sviluppo di un capitalismo che, beffando le prognosi staliniane che lo condannavano alla stagnazione, è cresciuto vorticosamente e ha trasformato in profondità, addolcendola, la vita quotidiana di grandi masse. L’espansione dei consumi e dell’industria culturale incoraggia l’espressione dei desideri e delle aspirazioni ed erode il primato dell’etica della prestazione e del lavoro.
A qualcuno questa trasformazione fa paura. Daniel Bell, che proprio in quegli anni ispira la nascita dei neoconservatori americani, denuncia questa trasformazione come il passaggio “dall’estica protestante al bazar psichedelico”. È una diagnosi pessimista e riduttiva. Quelli sono anche gli anni “keynesiani”, in cui l’onnipotenza del mercato è contrastata dall’espansione del Welfare State e i diritti di cittadinanza si espandono.
Certo, nella rivendicazione di una libertà integrale c’è il pericolo che il no rimanga da solo: il titanismo è il rovescio del protagonismo e il sogno di affrancarsi da ogni limite spesso precipita nel vuoto. Ma quei giovani sono anche appassionati ai temi collettivi, la libertà di cui parlano non va mai da sola, e ai no si accompagnano molti sì: il famoso slogan “fate l’amore, non fate la guerra” non era un invito a disinteressarsi del mondo, ma a cambiarlo radicalmente. La liberazione individuale e quella collettiva si limitano e si arricchiscono a vicenda. E, proprio perché si è convinti che da soli non ci si può salvare, s’incrina la mitologia del successo. Coloro che una volta erano disprezzati, i loser e gli indiani, diventano i nuovi eroi: c’è più dignità in un uomo da marciapiede che nelle medaglie del dottor Stranamore.
Ma questa imperiosa e splendida libertà, che vuole cambiare il mondo, produce anche molte paure. In una scena famosa di Easy Rider, cult movie di quegli anni, uno dei protagonisti si chiede perché lui e il suo amico, che stanno attraversando l’America in moto, si siano imbattuti ovunque nella sorda ostilità degli abitanti. A questa domanda l’avvocato Hanson (Jack Nicholson) dà una risposta che merita di essere ricordata: “Essi non hanno paura di voi, ma di ciò che rappresentate. E quello che voi rappresentate è la libertà. Parlare di libertà essere liberi sono due cose diverse, perché è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. Tutti parlano della libertà, ma quando vedono un individuo veramente libero hanno paura”.
Il cambiamento ha infatti molti nemici, e alcuni di essi giocano in modo pesante. Un’immagine soltanto solare di quegli anni sarebbe unilaterale, perché essi sono anche quelli in cui vengono assassinati una dopo l’altra, quasi tutte le diverse espressioni del cambiamento: Patrice Lumumba, John Kennedy, Malcom X, “Che” Guevara, Martin Luther King, Bob Kennedy. In un mondo in subbuglio i nemici del cambiamento non stanno a guardare. E non abitano solo ad ovest, perché tra essi occorre mettere, con un posto d’onore, la Russia Sovietica, la cui miserabile risposta al ’68 è stata l’occupazione di Praga.
Quel movimento non fu quindi soffocato, come oggi fa comodo pensare, solo dai suoi limiti che pure furono grandi, ma anche dall’ottusità repressiva del mondo che aveva sfidato. Con effetti di lungo periodo: quando la prospettiva di una trasformazione collettiva s’inabissa, sopravvivono solo le schegge impazzite del terrorismo e i cambiamenti compatibili con il nuovo potere. Le opzioni febbrili e brucianti di quegli anni si trasformano in target specializzati del mercato e il nuovo vangelo della competizione individualizza l’anima e i sogni. Tutto l’orizzonte si privatizza, offrendo come unica possibilità di cambiamento l’ascesa individuale e il successo: i loser non vanno più di moda e il personaggio più ricercato è oggi il winner, colui che si salva da solo.
La libertà di oggi è più debole perché ha smesso di giocare con quella di tutti ed è consumata da un individualismo che la rende incapace di affiancare ai suoi tanti no alcuni sì altrettanto forti e precisi, non sa promettere e non sa legarsi. Ecco perché lascia spazi immensi al ritorno aggressivo delle Chiese.

Advertisements

BLOB RACCONTA IL ’77

July 10, 2007

Blob racconta il ’77, un anno chiave da Reitano alle Br.
L’operazione comincia su Raitre proprio questa sera, dalle 20.10 alle 20.25 e durerà fino al 24 agosto.
Niente Blob- estate quest’anno ma un lungo racconto televisivo dedicato al 1977 attraverso lo sterminato archivio della Rai.
Un gioco in bilico tra bianco e nero e colore (il 1977 fu l’anno delle prime sperimentazioni, solo una minima parte della popolazione italiana possedeva un apparecchio a colori). Ma soprattutto un anno cruciale della nostra storia. Dice Enrico Ghezzi, responsabile storico di Blob: “Il nostro resta uno spirito anarchivistico, non accademico nè adorante. Il 1977 è iol momento in cui in televisione appaiono le contradddizioni in tutta la loro distanza a volte comica e stralunata, in attesa che la tv diventi il set principale della contraddizione globale”.
Per questo, con Paolo Papo e l’intera squadra di Blob, Ghezzi ha individuato una trentina di avvenimenti chiave intorno ai quali costruire un collage, appunto contradditorio, di ritagli televisivi. Rivedremo per esempio la cattura di Vallanzasca, la cacciata di Lama dall’università, il caso Lockheed, la gambizzazione di Indro Montanelli ed Emilio Rossi, la morte di Giorgiana Masi, la fuga di Kappler, la chiusura delle radio legate all’autonomia.
Il tutto ‘contradetto’ dalle nozze di Mino Reitano, dalla prima intervista di Maurizio Costanzo a Giulio Andreotti, da Mike Bongiorno che presenta “Rischiatutto” ed Emilio Fede che conduce il Tg1.
Piccole perle: Milva che canta a pugno chiuso “Comandante Che Guevara”, Virna Lisi che interrompe un’intervista troppo intrusiva della sua vita privata, le prime pubblicità sexy con ragazze immerse nella schiuma di una vasca da bagno.
Ancora Ghezzi: “Tema per tema, genere per genere, la durezza fiammeggiante degli anni ’70 serpeggia, si infila e traspare in quella che presto diventerà una “telesocietà””.
Ed eccoci improvvisamente al 2007.

Dal Corriere della Sera di lunedì 16 luglio 2007.